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CAPITOLO 6 (esistere dualisticamente)


6.1 Singolarità e totalità..

A questo punto della trattazione, dopo esserci addentrati abbastanza negli aspetti più importanti del DAR, è venuto il momento di chiederci quali conseguenze pratiche si determinino nella vita di chi ritenga accettabile la tesi dualistica e decida di farla propria in termini esistentivi ed esistenziali. Abbiamo visto come dal punto di vista esistentivo con esso non si alterino in misura notevole né i modi né i valori fondamentali del vivere singolarmente e nel gruppo, più o meno esteso che sia. Potremmo quindi dire che sotto il profilo esistentivo e sociologico non vi siano aspetti del DAR che implichino un cambiamento rilevante dei modi di vivere e convivere rispetto alle altre più importanti concezioni della vita e del mondo se non nel fatto, del tutto nuovo, di essere consapevoli della realtà aiteriale che accompagna e completa (al margine) la realtà materiale che noi percepiamo nei suoi vari aspetti. Dove invece si determina un cambiamento radicale è sotto il profilo esistenziale poiché, specialmente nei confronti di posizioni teistiche (ma anche, seppure in minor misura, rispetto a posizioni monistico-materialistiche), la concezione del mondo (welthanschauung) che ne deriva, ponendo una realtà generale plurale (e antropicamente duale), va oltre entrambe le posizioni citate, aprendo un orizzonte del tutto nuovo.

Se nella weltanschauung del DAR sono implicite modificazioni nel modo di vedere e gestire la vita corrente, ma non dirompenti rispetto a quelle tradizionali, è invece sul piano esistenziale che un'interpretazione estensiva delle sue premesse può condurre a dei mutamenti rilevanti nelle prospettive, laddove concernono l'ipotesi di un possibile futuro riservato all'idioaiterio, quale prodotto idemale sottratto alle leggi della materia. Il futuro dualistico diventa pertanto un orizzonte esistenziale che adombra una prospettiva del tutto avulsa dall "aldilà" della tradizione religiosa, ma che è nello stesso tempo capace di sbloccare (almeno concettualmente) le chiusure prospettiche del materialismo. Ne deriva un termine di riferimento ipotetico (il futuro), ma non assurdo ne contraddittorio, in cui si configurano importanti novità concettuali di carattere escatologico, le quali divengono razionalmente accessibili nel relazionarsi dell'uomo all'aiteria e alle sue denotazioni. Questo avviene non già perché il DAR sia una sorta di sincretismo filosofico, che fonderebbe insieme l'irrimediabile finitudine dell'individualità prevista dal materialismo e la sopravvivenza individuale prevista dalla religione, ma perché la visione dualistica le scavalca entrambe in una differente weltanschauung, la quale delinea una concezione del mondo e della vita che si presenta sia come post-materialistica e sia come post-religiosa. Concezione che risulta infatti compatibile sia con le acquisizioni della scienza moderna, sia con i criteri analitici e computazionali della ragione, sia con le intuizioni del nostro intelletto e infine, sorprendentemente, persino con alcune ineliminabili istanze della nostra psiche, modellata su milioni di anni di evoluzione della vita sul nostro pianeta.

La percezione della presenza dell'idema in noi e della sua realtà, che la pone (coordinata con le altre organizzazioni) quale "funzione" extrafisica della nostra mente, conduce al profilarsi della possibilità che ciò che essa produce (l'idioaiterio), traendo "materia prima" dall'aiteria, si proietti in un orizzonte non vincolato a quelle leggi della necessità che ineriscono alla materia. Questa possibilità non può essere rigettata a priori, come ritiene un materialismo radicale e fisiocratico che vuole difendere il monismo a tutti i costi, anche perché, in definitiva, gli stessi materialisti monisti provano sentimenti, amano l'arte e seguono regole etiche; tutte cose (come speriamo di aver dimostrato) che con la materia, sia inorganica che vivente, non hanno nulla a che fare e che, se non del tutto incompatibili, le sono comunque estranee. Sul terreno esistenziale, a differenza di quello esistentivo, il DAR ci suggerisce non è più possibile utilizzare come rilevatori assoluti né i sensi né alcun altro strumento di indagine materiale. Ma questa rinuncia non lascia un vuoto, poiché l'intuizione è uno strumento quanto mai adeguato per esplorare quella parte della realtà che incidendo profondamente nella nostra esistenza evidenzia la nostra identità e la nostra unicità, delle quali l'idema è nucleo centrale e dinamico.


Immagino una possibile obiezione: ma se viene riconosciuta come reale l’aiteria, peraltro impercepibile e solo intuibile, a questa stregua (e forse persino a maggior ragione) anche il mondo del paranormale dovrebbe essere considerato "reale"! La nostra replica è "no", almeno nei termini in cui il DAR si pone, perchè l’ambito del paranormale manca di quei caratteri della realtà che abbiamo fissato quali elementi irrinunciabili di essa (universalità, ripetibilità, costanza e normalità) a suo tempo trattati, che sono invece riscontrabili e concernono ogni esperienza dell’idema e più in generale tutto il campo di indagine che abbiamo definito extrafisica. Questo nostro punto di vista è determinato dal fatto che il paranormale si attiva e si esercita sempre in ambienti particolari, in condizioni particolari e molto spesso con la presenza attiva di un medium tra persone passive. E queste, abbastanza spesso, tendenzialmente predisposte alla suggestione. Lo scenario che il mondo del paranormale (o della metapsichica) ci offre è pertanto quello di un campo di esperienze "reali" a livello individuale o di gruppi ristretti di persone, ma difficilmente riconducibili alla realtà nei termini generalizzati in cui l’abbiamo posta per materia ed aiteria. A me pare che i fenomeni paranormali potrebbero con buone ragioni essere considerati dei veri epifenomeni della materia (vedi nota 19). Ma su questo argomento torneremo a suo tempo.

Da quanto sopra dovrebbe apparire chiaro che il DAR si è evoluto e definito attraverso la correlazione e il confronte delle acquisizioni soggettive dell’intuizione, quali elementi "probabili", con quelle oggettive della scienza, che vengono assunte invece come elementi "probanti". Questa operazione non è stata sempre facile, perchè le prime concernono la sfuggente extrafisica, mentre le seconde riguardano la concreta fisica delle percezioni dirette e dell’esperimento (vedi paragrafo 3.2); è così accaduto che ci siamo trovati talvolta nella situazione di dover confrontare l’inconfrontabile. E tuttavia, utilizzando estrapolazioni e analogie in maniera corretta, a me pare che il risultato a cui è giunto il DAR non manchi di quella coerenza che è requisito indispensabile di ogni proposta filosofica.

Essere dualisti significa quindi assumere quelle poche o molte nozioni certe sulla realtà dell'universo che ci circonda e della materia che ci inerisce, insieme con quelle di alcune realtà soltanto intuibili, riguardanti però aspetti fondamentali e irrinunciabili della nostra esistenza. Realtà importanti per la "qualità" del nostro vivere, in quanto generatrici e stimolatrici di quelle esperienze individuali e di quelle relazioni interpersonali che costituiscono un "sale della vita" che va oltre l’istintuale fuga dalle sofferenze e la ricerca dei piaceri fisici. Ciò non significa che questi ultimi non debbano essere perseguiti come fine primario dell’esistenza, bensì che essi vanno contemperati con quelle esperienze affascinanti e profonde che solo la nostra sensibilità individuale, espressa dall’idema, può regalarci di tanto in tanto nel difficile fluire dell'esistenza.

In definitiva il DAR, pur partendo da una intuizione extrafisica, si cala nel quotidiano e cerca di determinare una concezione il più possibile completa e corretta del nostro modo specifico di essere individui in mezzo ad un numero estremamente grande di altri individui come noi, tutti insieme appartenenti a una specie che vede la sua realtà correlata a quella di tutte le altre specie della biosfera (a qualsiasi livello evolutivo appartengano), andando a costituire un insieme pluralistico che a sua volta esiste in rapporto ad un ulteriore serie di relazioni col mondo inorganico e con quello fenomenico globale.

Tuttavia, una volta che venga delineato il panorama generale in cui ognuno di noi, come homo sapiens singolo, è inserito e fa parte, resta da considerare la persona nella sua individualità, e qui il panorama è "qualitativamente" molto differente. Quando si parla di individualità (oppure di singolarità o unicità della persona) la fisiologia non serve più a nulla e abbastanza a poco serve tutto sommato anche la psicologia. Per una lettura del libro dell'universo e della vita (a meno di tornare alle ideologie religiose) non rimane che puntare su una filosofia esistenziale sufficientemente fondata quale strumento di analisi e di costruzione prospettica, sia pure con tutti i limiti che le afferiscono in quanto tale. Ma per sperare in un risultato accettabile, una filosofia che voglia affrontare questo problema in modo adeguato deve anche dotarsi di una "cornice di riferimento" che la tenga lontana da ogni tentazione metafisica, onde evitare di perdere il contatto con la realtà, e insieme mantenersi scevra da ogni compiacenza intellettualistica. "Cornice" costituita in primo luogo dall’aver sempre presente la sconvolgente piccolezza e insignificanza che non solo ognuno di noi, ma anche la specie a cui apparteniamo insieme con lo stesso pianeta che ci ospita, hanno nel tutto. Infatti, quello che ci riguarda come uomini, e che è tutto ciò a cui possiamo ambire di accedere come mèta ultima del nostro pensare e del nostro agire, è poco più di niente nella sconfinata realtà dell'universo (o del "pluriverso"!).

Il dualista è predisposto, meglio di chi segua altri indirizzi esistenziali, a "sentire" la realtà sconfinata del contesto generale in cui è inserito. Questa precondizione è per lo più assente nella quotidianità della nostra coscienza (95), ancorché largamente documentato ed acquisito dall'intelletto e dalla ragione. E ciò dipende dal fatto che a livello mentale questa irrilevanza cosmica rimane per lo più una nozione astratta, del tutto sepolta in qualche buio anfratto della mente. La consapevolezza del rapporto noi/cosmo, acquisita sui banchi di scuola o a posteriori, continua in genere (forse astrofisici ed astronomi a parte) a rimanere totalmente obliata ed estranea. Intendiamoci bene, nulla ci vieta di utilizzare i nostri concetti di tempo e di spazio e con essi quelli di luogo/collocazione e di durata/intervallo ai fini pratico-esistentivi, ma noi dovremmo anche aver presente che persino gli stessi concetti di nascita, vita e morte sono totalmente insignificanti nel tempo (che pure esiste solo come sottodimensione dello spazio) quando si consideri che il nostro universo è nato non meno di dodici miliardi di anni fa e che potrebbe averne davanti altrettanti o più (e che la nostra vita, in media, non supera il secolo).

Si aggiunga che tutte le nostre percezioni di corpi dotati di massa e volume, siano essi catene di montagne od oceani, riguardano qualcosa di ancora sempre irrilevante rispetto all’universo e quindi restano modesti esempi di grandezza e vastità a nostro uso e consumo. E se passiamo in campo diametralmente opposto, verso l’infinitamente piccolo, la nostra incapacità di immaginare il mondo subatomico ci pone di fronte a distanze non meno inconcepibili per il nostro intelletto. In realtà noi ci troviamo per lo più a leggere dei numeri grandissimi o piccolissimi quali assolute astrazioni, senza sapere che cosa significhino realmente.

Questa capacità del dualista di avvertire i suoi limiti intellettuali in rapporto al "minimo" e al "massimo" dell’universo non può fargli inoltre dimenticare che la nascita di esso è avvenuta in un istante infinitesimo, protraendosi poi per miliardi di anni, e che quindi gli accadimenti che concernono l’essere globale possono durare un nulla o quasi un’eternità. D’altra parte conosciamo dell'universo solamente ciò che è, o si rende, vicinissimo a noi, fisicamente o attraverso il tempo, in definitiva un "qui ed ora" mentre tutto il resto diventa spesso un numero che precede un’unità di misura, entrambi (nella loro astrattezza) privi di realtà percettiva e intuitiva. Peraltro, la luce dei corpi celesti che noi vediamo nel firmamento notturno o quella che i nostri telescopi registrano è quella dell'istante in cui è partito il segnale, in molti casi anni e anni fa, e quei corpi potrebbero non esistere neppure più, in quanto esplosi o collassati, nel momento in cui ne rileviamo la post-esistenza. Allora è evidente che il nostro rapporto con l'universo (dal punto di vista dell’informazione) è per lo più strumentale o matematico; ma non è certo coi dati scientifici che noi troveremo un modo "sentito", e quindi utile, di rapportarci all’universo più lontano. Bisogna tener presente che i dati scientifici, sui quali costruiamo la nostra conoscenza, non devono poi neppure diventare dei "feticci" dell’oggettività, poiché in definitiva la loro oggettività è persino opinabile, in quanto si estrinseca in uno scenario generale di pura "convenzionalità".

È soltanto attraverso l’introiezione e l’integrazione di quei dati in una weltanschauung ricca anche di aspetti esistenziali, vale a dire "antropicamente" significativa, che sarà possibile far sì che anche una realtà lontana diventi parte attiva della nostra intima relazione con l’universo nella sua totalità. Il rapportarci soltanto "scientificamente" alla materia elementare, alla natura e all’universo rischierebbe di farci cadere in una sorta di "irrealtà" astratta dove tra "noi" e il "tutto" ci sono soltanto dei numeri e delle equazioni. Quindi, noi, che per costruire tale rapporto utilizziamo soprattutto l’intuizione, se qualche volta troveremo utile avvalerci di qualche elemento di induzione, ci dovremo preoccupare della sua validità "all’interno" della weltanschauung dualisticae non se esso possegga o non possegga un’astratta verità scientifica, per cui lasceremo agli epistemologi disquisire se l’induzione che avremo utilizzato abbia carattere di "scientificità" oppure no . E tuttavia malgrado tutta la nostra ignoranza e la nostra insufficienza l’universosi specchia in noi, poiché ogni atomo che ci costituisce contiene già in sé quanto basta per generare un universo. Questo è ad un tempo originario e sempre ulteriore rispetto a noi; ci fonda, ma ci precede e traccia anche il nostro futuro. E le nostre considerazioni sarebbero ancora incomplete se ottusamente (come è stato già accennato) escludessimo la possibilità che quello in cui viviamo non sia che uno dei tanti universi esistenti o che comunque, oltre il nulla che potrebbe avvolgerlo, ci sia ancora dell'altro...e che la "totalità" sia veramente un "infinità".



6.2 Vivere l’oggi (con uno sguardo più in là).

Il futuro non è l'avvenire, almeno in termini dualistici. Non è quello che è "a venire", ma una dimensione ipotetica, sostanzialmente diversa, verso la quale noi potremmo inconsapevolmente andare se ciò che l’idema percepisce ed elabora non seguisse il destino di morte che essa porta con sé, ma rifluisse (in forma rinnovata e individuata) nell’ambito dal quale deriva la sua essenza. Abbiamo già detto che quando il corpo muore lascia l’idema priva di supporto e che a questo punto essa, quale parte del corpo, non può che morire. Ma che l’unica cosa che potrebbe rimanere reale dopo la morte è quell’idioaiterio da essa prodotto, che in essa "abitava" e che potrebbe essere destinato a raggiungere e sciogliersi nell’ambito che gli è proprio. Insomma, il futuro può essere ragionevolmente supposto, ma poi ci dobbiamo fermare; quasi quasi non riusciamo neanche ad immaginarne nulla, e se ci proviamo, rischiamo di errare del tutto. E tuttavia esso, in quanto ipotesi, rimane lì, di fronte a noi, e dobbiamo tenerne conto.

L'esercizio dell'immaginazione a proposito dell’aiteria e del suo ambito è un'attivita gratuita, certamente non necessaria, ma neppure inutile. Ci consente, forse, di avvicinare a noi, alla nostra ragione e al nostro sentimento, un contesto ignoto che tuttavia ci riguarda, poiché investe il nucleo della nostra individualità (l’idema) in quanto parte veramente unica e non condivisa dell’essere uomini singoli di fronte all’universo. L’idema è infatti il fondamento del nostro esistere quale individualità autentica e come "vita realizzata in un’unicità irripetibile". Ma questo ci induce soltanto a sottolineare ancora una volta la nostra sconfinata ignoranza, per cui, quello che stiamo facendo finisce per rimanere soltanto un gioco, anche se, probabilmente, il gioco più importante di tutti.

Tuttavia noi possiamo, fin d'ora, nella realtà quotidiana, aprire (giocandoci un poco la nostra esistenza) i nostri orizzonti esistentivi, relazionandoli razionalmente con quel futuro ipotetico, intuitivamente realistico ma sconosciuto e inconoscibile, che potremmo definire "pseudo-reale" nel "presentarsi" alla nostra coscienza. In questa prospettiva emergono alcuni "temi" conseguenti del vivere pratico che si coniugano con la weltangschauung dualistica e ci permettono di agire un poco sul progetto destinale che ci resta da realizzare prima di scendere dal treno della vita. Sono temi catterizzati dal fatto che il considerarli, esaminarli e farli propri risulta essere un’operazione del tutto inutile ai fini della promozione e dell'affermazione di noi stessi nell’ambito della materia in cui viviamo, di cui la società umana è il nostro principale referente: quindi forse potrebbero riguardare anche qualcos’altro, ma di cui intuiamo ancora sempre troppo poco.

Sicuramente, con la nostra attenzione ad essi, non è detto che conseguiremo qualche successo in più, anzi, probabilmente perderemo persino qualche opportunità, insieme forse con la benevolenza di qualcuno. Malgrado ciò, in qualche modo, ci avvicineremo al nucleo nascosto e sfuggente della nostra "autenticità", dove la nostra specifica, unica ed irripetibile, individualità si nasconde: l’idema. Forse ci guadegneremo anche nella nostra dignità di uomini, proprio perché questi temi sottolineano la consapevolezza della nostra piccolezza, della nostra debolezza, dei nostri limiti, dei nostri vincoli, ma nello stesso tempo della volontà di esercitare al meglio la nostra eleuteria per avvicinarci a quell’ambito della libertà autentica che ci rimane irrimediabilmente precluso.

Nel riallacciarci a quanto già anticipato ci renderemo inoltre conto che nei temi etologici di cui presto ci occuperemo è sempre presente, in sottofondo, il rapporto tra noi e l’universo come l’avevamo tratteggiato. Si tratta di temi di indirizzo etico e di comportamento pratico che sono preliminari per aprirci ad un orizzonte in cui si stagli in filigrana l’ambito aiteriale che abbiamo proposto, pur rimanendo noi assolutamente nell’ambito materiale di cui facciamo parte vivendo. Infatti essi, solo di riflesso investono l’idema, poichè attengono soprattutto la nostra esistentività (che rappresenta la dimensione materiale in cui esistiamo e ci muoviamo) colla quale dobbiamo fare i conti nella nostra condizione, che opera in una certa situazione ambientale nell’esercizio di un ruolo che ci troviamo a ricoprire. Tutti elementi del nostro esistere che concernono la quotidianità e che tuttavia, indirettamente, influenzano le nostre possibilità di immergerci nell’esistenzialità, ovvero in quello stato di coscienza extrafisico che concerne l’idema e i suoi eventi (97).

Il DAR, d’altra parte, si propone anche di operare una rilettura dei parametri esistentivi coi quali deve fare i conti ogni uomo inserito in un contesto geografico, istituzionale e sociale. In altre parole: come si può conciliare il vivere la nostra materialità al meglio, tenendo conto di quel futuro che non può riguardare la globalità del nostro essere, ma forse la parte più intima e sfuggente di noi? Questo sarebbe certamente un problema per chi continuasse a pensare se stesso secondo quell’opposizione anima/corpo, infaustamente persistente, che ha già prodotto fin troppi danni antropologici irremissibili.
Per il DAR il soma (il corpo in senso stretto) e l’idema sono soltanto funzioni differenti della nostra avventura vitale presa nella sua unitarietà, perciò si tratta soltanto di riuscire ad abbracciarli entrambi in un ottica abbastanza ampia da com-prenderli e non considerarli mai separati. Siamo peraltro abbastanza ben dotati in proposito; la polifunzionalità della nostra mente e la plasticità che la caratterizza rendono l’impresa "naturale", anche se non necessariamente facile. Sulla strada si trovano infatti, quali "ostacoli psichici", tutti gli imprintings lasciatici dall’ideologia religiosa nelle sue varie forme di "trascendenza", propinati in buona fede da genitori o da educatori di generazione in generazione. Cosicchè il DAR, in quanto filosofia dell’immanenza, e contrariamente alla religione (che pone l’inconciliabilità materia/spirito e l'amministra in termini fideistico-morali), riconosce la conciliabilità di ciò che veniva dato per assiologicamente opposto (l’anima e il corpo) nei termini nuovi e differenti della realtà duale.

Quindi il DAR propone una concezione e una gestione del rapporto corpo/idema, o se si vuole di quello esistentivo/esistenziale, in termini soltanto eudemonistici (84) e non assiologici. Esso infatti non si occupa di giudizi di valore, ma piuttosto dei modi più razionali e appropriati per tentare di conseguire, insieme ad una maggior consapevolezza esistenziale, la maggior felicità possibile per sé e per chi gli è più vicino in termini affettivi e relazionali. In altre parole: come fare a vivere armoniosamente, conoscendo la mia irrimediabile finitudine, sapendo che io morirò, che la mia carne si disintegrerà, mentre un’entità "che non c’é, ma "che sarà", derivata da me, potrebbe accedere ad un futuro oltre la mia morte? Come fare è difficile dirlo, poichè per ognuno di noi esiste una via "propria" al benessere, all’armonia e alla felicità, ma si può cominciare a porre qualche punto fermo di carattere generale, tematizzando, in termini di etologia umana, alcuni temi esistentivi, quali: a) la moira (o senso del tragico), b) l’eleuteria, c) l’ironia e d) il gioco . Ad essi si connette il comico,quale aspetto centrale dell'incontro tra le forme antropiche riflesse di necessità e libertà e nello stesso tempo quale demistificatore (specificamente filosofico) dello schematismo mentale che la nostra psiche elabora e talvolta impone sul nostro modo corrente quotidiano di pensare il mondo, le cose e l'esistenza.



6.3 La moira (Il senso del tragico)

La parola moira esiste tutt’ora nel greco moderno col significato di "sorte", ma nel greco antico ha assunto vari significati. Da quello primitivo di "parte di spettanza individuale", a "grado e condizione", a "parte assegnata", a "destino o fato". Ma le Moire (al plurale) nella mitologia ellenica erano tre divinità minori (Atropo, Cloto e Lachesi), figlie della Notte, preposte a tessere il destino (la "parte") di ogni uomo (una filava, un’altra avvolgeva e la terza tagliava il filo della vita). Anche se in teoria questa "parte" constava di piacere e dolore, fortuna e disgrazia, nella pratica le Moire erano divinità temute, vedendo in esse quell’ineluttabile corso vitale a cui nessuno poteva sfuggire. Noi utilizzeremo il termine moira fondendo insieme i vari significati citati, ma soprattutto connettendolo a quello di necessità, come principio sostanziale della materia che ci costituisce.

La moira nel DAR presenta due facce, quella dell’irriducibile ignoranza e quella della inevitabile sofferenza che inerisce al vivere. La moira è allora, dualisticamente, il notturno senso tragico dell’ignoranza nella quale ci tocca esistere, il buio del nostro vagare nel cosmo, senza sapere il perchè né lo scopo, e la sofferenza che permea il nostro destino. Per il DAR perciò "tragico" non è il corso della vita, ma il suo fondamento, come "modo" d’essere e di darsi dell’avventura umana. E tragico è perciò ogni aspetto dell’esistentività, di fronte al quale noi siamo impotenti poiché, coincidendo col fatto stesso di esistere, esso è nello stesso tempo strettamente correlato alla necessità della materia.

Ne deriva che il tragico si presenta quindi come fondamento, quasi essenza del vivere stesso. Vivere che noi percepiamo anche come un "tendere", ma un tendere verso un fine oscuro di cui non possiamo sapere nulla e del quale possiamo tutt’al più pensare che possa nascondersi eventualmente nella ragione biologica. Ma noi percepiamo anche, sia pure in modo confuso, che il nostro tendere ha almeno un’orizzonte reale, quello della libertà, e che questa è la nostra risorsa irrinunciabile per difenderci dagli effetti più negativi del tragico. Esso ci lascia intravvedere uno squarcio nel muro della necessità, attraverso il quale scorgiamo un luogo virtuale in cui essa non domina più e non dirige. Tuttavia, noi verifichiamo soltanto di essere soggetti a una permanente tensione, che si manifesta innanzitutto nella volontà di vivere, e poi nel desiderio di acquisire il piacere, in ogni sua forma, e poi di fuggire la sofferenza, in ogni suo aspetto. Questa ignoranza dei fini e questo conflitto tra il desiderio del piacere e la realtà della sofferenza sono i due punti di una corda tesa sulla quale noi, funamboli senza destrezza, tentiamo di allontanarci dalla seconda per andare verso il primo. Il desiderio e la sua frustrazione devono essere considerati strutturali alla vita, come lo sono il disagio o la sofferenza di cui sono ad un tempo causa ed effetto, in un gioco di specchi e di retroazioni di fronte ai quali ci sentiamo come degli ubbriachi senza direzione.

Il problema del tragico che la moira pone è immanente all’uomo, poiché è un evidenza della coscienza che ognuno di noi può verificare. Né può considerarsi risolto, nella sua generale e inflessibile incombenza, per il solo fatto che molti uomini lo considerino superato e annullato nella fede religiosa o in comportamenti tali da mutare il naturale rapporto col proprio supporto esistentivo (il corpo) sospendendo gli effetti che ciò comporta. Gli asceti, per conseguire i loro traguardi debbono per lo più negare le istanze del loro corpo, rompere ogni legame sociale, uscire dal flusso della convivenza e sottoporsi a discipline durissime: tutto ciò, secondo noi, può diventare un insulto alla natura, alla vita e alla ragione biologica che "fa essere" ogni entità vivente. Ma ciò è anche del tutto irrilevante rispetto alla generale realtà della moira, come lo sono anche forme di pace interiore più o meno temporanee raggiungibili con atti, comportamenti od esperienze relativi al campo etico o a quello estetico, che anche il dualista sperimenta e persegue, ma che sa non essere risolventi(85) . L'ignoranza e la sofferenza incombono su di noi non soltanto come qualcosa che ci afferisce, ma anche come qualcosa che ci costituisce. Perciò non resta che accettarli, assumerli e gestirli come un nostro attributo inalienabile. E tra Schopenauer, che teorizza la fuga dalla vita, e Nietzsche, che ne propugna l'accettazione entusiastica, il DAR sta dalla parte di questo, ancorché prenda le debite distanze dalla sua teoria del superuomo.

Il dualista non può quindi che accettare la vita, con tutte le sue conseguenze, perché essa è l'avventura straordinaria che separa un'esistenza dal nulla: ed essere "qualcosa", anche nella sofferenza, è sempre meglio del nulla. Noi, nascendo, diventiamo un "c'è" contro un "niente" e da quel momento si squarcia di fronte a noi un orizzonte di possibilità inesauribili, limitate soltanto dalle leggi della materia (la necessità), ma con la certezza che esiste, anche se lontano, un’orizzonte di libertà, che ci concerne e verso cui tendiamo. Non solo: il dualista non vuole affatto annullare il desiderio, che è il "motore della vita", ma gestirlo al meglio verso esperienze più avanzate e complesse. Vivere vuol dire forse soprattutto desiderare e il desiderio deve essere considerato un aspetto positivo di quella tensione che è in noi. Ciò "vale" in sé, seppure il risultato finale dei nostri sforzi verso qualche obbiettivo possa risultare spesso la sconfitta, e anche quando, più in generale, tutta la nostra vita risultasse essere nient’altro che un rosario di sconfitte. L'esito finale di ogni nostra azione è quasi mai scontato, più l'azione è importante è più sono elevati i rischi di fallimento, poiché più grande è il premio in caso di riuscita: questa è la scommessa umana che il DAR ci propone quale sfida al nulla.


E tuttavia veramente nostro è quell’impulso implacabile verso quella libertà extrafisica che nella sua forma fisica e antropica abbiamo chiamato eleuteria (vedi paragrafo successivo). Ed è proprio essa che ci spinge a giocare e a metterci in gioco; poiché, dopo tutto, l’importante è veramente "fare il nostro gioco" di esseri umani. Un gioco nel quale il fallimento o la riuscita sono determinati spesso da cause del tutto ignote, o comunque imperscrutabili, e che comunque dipendono per lo più da fattori a noi estranei. Ma spesso sono proprio le sconfitte a stimolarci verso nuovi sfide e nuovi possibili traguardi. Talvolta siamo persino così fortunati da capire perché siamo stati sconfitti; a volte perché si era trattato di una battaglia sbagliata, a volte perché sbagliata era stata la strategia. L'insuccesso, che in questo caso ci aiuta ad avere una visione più congrua degli accadimenti e ad evolvere intellettualmente, porta sempre con sè anche i prodromi della successiva vittoria, mentre talvolta una vittoria immeritata ottunde la mente precludendoci ulteriori traguardi esistentivi ed esistenziali. Ma c’è di più: il solo fatto di combattere quando la volizione o la contingenza lo richiedono è già una vittoria della vita contro la morte, mentre la rinuncia è sempre una sconfitta, anche quando ci regala pace e tranquillità.

Tuttavia non bisogna confondere l'agire con l "agitarsi" e neppure farne un "agire per l'agire" fine a se stesso, che può assumere i caratteri di un’ottuso "attivismo". Esaurire le proprie energie stoltamente è il modo migliore per precludersi la possibilità di raggiungere qualche obbiettivo importante. Per questa ragione l'ozio saltuario non è soltanto salutare, ma fondamentale per poter acquistare energie, rifletterre sullo stato delle cose e fare il bilancio delle nostre azioni. Solo una mente riposata può elaborare validi progetti per l'avvenire essendo in grado di fare l'analisi del passato, operazione sempre estremamente faticosa e difficile. Vale comunque sempre una regola elementare: meglio fare poco, con misura e razionalità, che molto, con patemi d’animo e nel disordine. E poi occorre considerare la "qualità" dei fini che si delineano come conclusione delle nostre azioni: ci sono imprese serie e imprese banali, c'è uno stress utile e ce n’è uno inutile. Rovinarsi l'esistenza per cose futili e irrilevanti è una stoltezza che il dualista dovrebbe evitare.

Cade a questo punto opportuno accennare ad un aggettivo che talvolta, nel linguaggio corrente, viene considerato analogo o addirittura sinonimo di tragico: alludo a drammatico. Non è una pura questione nominalistica, ciò che è drammatico non è soltanto diverso da ciò che è tragico, ma per molti versi ne sta all'opposto. L'accadimento tragico è figlio della moira, agisce sulla struttura intellettuale e idemale dell'individuo e non è mai un puro fatto psichico; infatti spesso genera quella tensione esistenziale che produce sofferenza, ma che può anche evolvere in progettualità e creatività. D’altronde il tragico è abbastanza spesso neppure temuto veramente; forse perché inconsapevolmente lo sentiamo come "roba nostra", come qualcosa che non viene da fuori ma che abbiamo dentro da sempre o che addirittura ci costituisce. Poiché la moira, anche quando è accompagnata da danni gravi in termini di sofferenza, di mutilazione o di pericolo di morte, ci rivela insieme la trama essenziale del nostro stesso esistere.

La morte è l'autentica risoluzione della moira, non tanto perché comporti la perdita della vita, dando luogo a un cadavere, ma perché, essendo essa il corrispettivo della nascita, ci rivela l"altra faccia" della vita. Però non è tanto la morte in se stessa (come decesso) che rende tragica la nostra vita, bensì la sua necessità: la morte è infatti semplicemente necessaria, poiché senza la morte non ci sarebbe la vita. Per contro, ciò che è drammatico non ha mai un carattere di necessità, ma sempre e soltanto di contingenza. L'accadimento drammatico non ci priva mai della nostra libertà (l’eleuteria) nè ce la indica o ce la rende evidente. Noi possiamo reagire al dramma in modi differenti, in un ampia gamma di atteggiamenti o stati emotivi che vanno dal terrore all'indifferenza, ma in ogni caso il nostro avvenire ne resterà condizionato soltanto se interverranno effetti permanenti sulla nostra struttura mentale. Soltanto in questo caso, e quindi "dopo", il drammatico può diventare anche tragico, poiché allora l’ombra/luce della moira appare in tutta la sua evidenza. In tal caso essa emerge anche in tutta la sua potenza, come sussumendo il dramma, che ne diventa elemento scatenante e contingente, ma in definitiva sempre effimero. In qualche caso la vera causa del dramma non è neppure l’accadimento in sé, ma il problema psichico latente di cui il soggetto soffre nel suo inconscio, queste situazioni sono a volte estremamente dolorose perchè risultano anche umilianti. Allora, se la vittima riesce a leggere a fondo ciò che gli rivela la moira, può fare un vero salto di qualità sul piano esistenziale.

È opportuno ricordare come non sia casuale il fatto che il senso lessicale di drammatico si sia naturalmente orientato verso la significazione di accadimenti i quali, oltre a conseguenze negative per chi li vive, presentano spesso anche caratteri di spettacolarità che sono totalmente estranei (anche se talvolta presenti) al tragico. Ma ciò che è drammatico risulta spesso utile per farci scoprire meglio l’essenza del comico, che ne è il suo risvolto e insieme una grande risorsa umorale che ci gratifica e ci rafforza nella gestione della nostra avventura nella vita del cosmo. Risorsa contro le decine di fatti sgradevoli che ci tocca incontrare nella quotidianità e relativamente ai quali un semplice cambiamento di punto di vista può scatenare, come una rivelazione improvvisa, il benefico "senso del comico". E come vedremo, il senso del comico è non soltanto un ingrediente essenziale di quello stato mentale, pacificato e distante dalle banalità quotidiane, che è l’ironia esistenziale del DR, ma anhe un fondamentale aspetto ontologico del rapporto tra materia ed aiteria, in quanto emerge nell'incontro/scontro tra i riflessi mentali della necessità e della libertà, che in un certo senso vengono messe in "cortociruito". Così l'avvento della comicità in una situazione (comico naturale) oppure in un testo o in uno spettacolo (comico artificiale) diventa un fatto rivelativo di grande importanza. Per questa ragione l'argomento del comico (che presenta anche un taglio più specificamente filosofico) verrà sviluppato nella Seconda Parte, quando il lettore sarà penetrato meglio nelle pieghe del DAR e gli sarà più facile inserirlo adeguatamente nella sua struttura.



6.4 L’eleuteria (La libertà individuale)

L’ eleuteria è quel tipo specifico di "libertà relativa" che ci concerne in quanto materia evoluta vivente, umana, soggetta alla necessità. Essa rappresenta pertanto l’esercizio dello stimolo incoercibile di autodeterminarci e di sfondare il muro invisibile che limita le nostre possibilità d’essere e d’agire. Nella misura in cui siamo condannati a gestire la nostra condizione di uomini noi possiediamo, appunto, l’eleuteria di progettare il nostro desiderio e il suo appagamento, di cercare il piacere e di fuggire la sofferenza. Ma in più anche quella facoltà di proiettarci in un orizzonte intuibile, dove probabilmente regna l’autentica e incondizionata libertà. E dove inoltre dovrebbe anche venir meno la "materna" tirannia di quella necessità che protegge e conserva la vita di ciascuno e i rapporti di ognuno con tutti, nonché quello di tutti col Tutto, ma che ci limita nel nostro agire.Per questa ragione, nel suo intimo, il dualista sa già se quella libertà "in sé" è soltanto potenzialmente intuibile o è già stata intuita e interiorizzata, al punto di apparire e profilarsi in un orizzonte reale, verso cui virtualmente poter tendere.

Nell’essere vincolati alle leggi della materia le nostre singole volizioni si scoprono guidate e costrette entro i limiti ben definiti delle nostre umane possibilità, e tuttavia libere di crearsi anche dei modelli di riferimento non guidati e non costretti. Ciò significa che il modo d'essere dell' homo sapiens si sviluppa su una strada il cui "bordo" è nello stesso tempo "confine", ma che, come tutti i confini, ha in sé anche la sua trasgressione. Perciò l’eleuteria, che pure deve obbedire alla necessità della materia, può talvolta spingerci a fare un salto al di là di quel confine.

Le possibilità dell’eleuteria, entro e fuori di quel confine, restano pertanto enormi per chi sappia e voglia vederle; probabilmente molto maggiori di quanto noi siamo mai riusciti ad immaginare. È verosimile pensare che l’eleuteria sia una straordinaria facoltà della quale si chiacchiera troppo, finendo per sottovalutarne il valore reale, nonché l’ampiezza d’azione e la forza. Ciò avviene spesso anche perchè la nostra protettiva psiche ci tiene lontani dai rischi e dai sacrifici che potrebbero attentare alla nostra salutifera integrità: infatti un eccessivo identificarsi con l’eleuteria può farci sconfinare nella follia del rischio per amore del rischio. Tuttavia è ancora sempre essa che ci consente di "creare" la nostra individualità fuori da schemi precostituiti e di ricercare le opportunità per tenere attiva e sviluppare quella funzione mentale che abbiamo chiamato idema, la quale dell’individualità è nucleo ed essenza.

Il legame della nostra singolarità alla totalità della materia può quindi sempre subire strappi e rattoppi, poiché la trasgressione e il ritorno nell’alveo sono sempre possibili, ma sta alla nostra ragione stabilire quando e come. Questa possibilità ci può far diventare dei piccoli epigoni reali di Sisifo, Prometeo e Tantalo, ma dobbiamo anche sapere che ci può sempre essere un metaforico Zeus della necessità che potrebbe puntualmente punirci. In una società di uomini, con regole di convivenza scelte o subite, l’individualità del singolo può diventare una dura solitudine tra diffuse solidarietà e talvolta la ragionevolezza ci può indurre a metterla temporaneamente tra parentesi. Però dobbiamo anche sapere che se le individualità possono essere analoghe non debbono mai diventare omologhe: ricercare a tutti i costi una solidarietà e un’acquiescenza che diventano viltà è anche il miglior modo di perdere se stessi.

Dell’eleuteria non dobbiamo neppure rischiare di farne un feticcio, come fa certo anarchismo individualistico. L’uomo è animale sociale e la socialità è il presupposto per un’umanità nella quale il singolo si integri formando il gruppo, che è l’unità minima della società democratica. Ma società di questo tipo è soltanto quella che ha come presupposto il rispetto dell’eleuteria di ognuno, quale fondamento di una democrazia del consenso nella quale, idealmente, nulla (o il meno possibile) viene imposto e tutto viene sottoposto al giudizio degli interessati o dei loro rappresentanti. Il soggetto che si vuole libero non deve essere tentato dall’individualismo, poiché essere liberi vuole anche dire scegliere quali vincoli assumere per condurre la propria esistenza all'interno di una comunità. Quanto più ci si sintonizza col gruppo e i suoi canoni comportamentali tanto maggiori vincoli si assumono, ma l’importante è che ciò avvenga consapevolmente, senza sentire legami di costrizione di cui non si era tenuto conto.

Ed è ancora l’eleuteria che autorizza e guida il singolo e il gruppo a controllare anche chi controlla il potere. Mentre è ancora l’eleuteria che in un regime tirannico o totalitario indica la strada per non subirlo e combatterlo. Perciò, sul fronte della socialità, all'interno di una comunità qualsiasi, l'individuo ha sempre almeno due opzioni, anche se poi la realtà dei legami sociali non sempre glie le consente entrambe: allontanarsi in cerca di contesti più liberi e democratici oppure accettare le regole della comunità in un bilancio di vantaggi e svantaggi, cercando a posteriori di operare dall’interno per migliorarla.

Ovviamente quanto più il singolo si inserisce in una pluralità di singoli tanto più rischia di perderci in individualità, e ciò resta vero anche quando l'uomo non è sottoposto alla comunità, ma detiene una quota di potere all'interno della comunità stessa. Quando un individuo poi è al vertice di una struttura sociale le possibilità di agire sui suoi simili aumentano in misura esponenziale al potere di cui è investito e ne consegue un potere reale nel quale si stempera parte della sua individualità, che deve rifluire sull'intera collettività. Infatti, in un contesto democratico la possibilità di agire sulla libertà dei sottoposti non conduce ad una maggior libertà per sé, ma l'importanza sociale del ruolo assunto è direttamente proporzionale alla quota di libertà personale a cui si è rinunciato per la miglior gestione del potere. E ciò forse vale paradossalmente anche nel caso di un potere dispotico, poiché il tiranno alla fine diventa prigioniero della macchina di oppressione che egli stesso ha costruito.
Il potere, in termini biologici, è un correlato del successo, e l'evoluzione premia appunto le specie viventi che hanno successo, ma la ragione biologica non si cura degli individui che le costituiscono. E tuttavia nelle comunità dell’animale-uomo l’eleuteria cambia un pò il rapporto tra le singolarità che costituiscono questa specie particolare di aggregazione animale, infatti non sono i privilegi di cui il soggetto gode a significare la sua libertà, ma le possibilità che gli sono rimaste di autodeterminarsi. L’eleuteria si può realizzare al meglio anche "insieme" con gli altri e in un’organizzazione centralizzata, ma la libertà sociale è tanto più forte quanto più è debole l’influenza del potere centrale nella vita dei singoli.

Libertà e costrizione sono due coordinate che definiscono l'individuo come soggetto sociale in rapporto alla volizione. Nell'esercizio dell'autodeterminazione l'uomo vuole sempre qualcosa di definito in una direzione definita; una volizione generica non è una vera volizione. Per questo motivo quando l'uomo vuole una cosa, in realtà, vuole anche (o soprattutto) qualcosa che sta dietro od oltre la cosa stessa. Ma non sempre il volere significa anche eleuteria, a volte si può volere e nel contempo agire sotto la pressione di un vincolo. Volere la droga o il farmaco che ti fanno "star bene" non vuol dire esercitare l’eleuteria. E in molti casi il potere può addirittura diventare antitetico all’eleuteria, per cui in un immaginario sistema di assi cartesiani esistentivi la vita di un singolo uomo può svilupparsi come una linea che partendo dall'origine piega la sua direzione verso l'asse del potere o verso quello dell’eleuteria: quanto più piega verso il primo tanto più si allontana dalla seconda(86). Per evitare questo rischio il dualista dovrebbe astenersi dal perseguire troppo il potere e forse in molti casi realizzerebbe ancora meglio la sua individualità scegliendone il difficile opposto, l’apotere, di cui parleremo a suo tempo.

In definitiva è sul terreno della socialità che si gioca la libertà del dualista, il quale non dovrebbe mai essere un individualista per partito preso. Per questo egli nè si deve a priori opporre alle regole della comunità né accettarle passivamente, ma sottoporle permanentemente alla critica, in vista del conseguimento di un livello di libertà, ragionata e ragionevole, dove l’arbitrio di ognuno non risulti mai di danno per l’altro. Bisogna sempre essere consapevoli che la comunità degli uomini è pur sempre un prodotto della ragione biologica e in tal senso un prodotto che prescinde dall'individuo che si concretizza sempre e soprattutto a favore dell insieme. Ciò significa che il dualista non deve mai deve porsi "contro" la ragione biologica, anche se essa rappresenta la necessità, poichè in fondo ognuno di noi è anche ragione biologica "attualizzata". Tuttavia egli si deve confrontare con i vincoli biologici in virtù della sua coscienza di individuo, che resta sovrana. Da ciò ne deriva che l'individuo resta legittimato a decidere di negarsi alla ragione biologica, anche se il costo di ciò possa diventare la sua rovina

D'altra parte, il dualista non può pensare che l'essere asociali possa di per se stesso favorire la realizzazione dell'individualità, poiché essa si configura al meglio nel rapporto con le altre individualità e non nella contrapposizione; per questo motivo dovrebbe perseguire una socialità che salvaguardi la libertà di sé "con" quella di tutti. Egli sa benissimo che la sua libertà è a rischio senza regole e che solo esse possono garantirgliene l'esercizio e il mantenimento. Ma è all'interno di queste regole che egli si riserva di respingere i condizionamenti indebiti, relativi non tanto all'esercizio dei propri diritti di cittadino (che si debbono presupporre rispettati), quanto a quelli di individuo libero di esprimere anche l'unicità della propria personalità, quando ciò non risulti lesivo dei diritti e della libertà degli altri.

Mi rendo che vi sia una certa ovvietà in queste osservazioni e tuttavia andavano precisate per non dare la falsa impressione che una filosofia fondata sull'individualità neghi la socialità. Ma a questo punto dobbiamo anche stigmatizzare un tipo di socialità negativa, da cui bisogna guardarsi, poiché nelle comunità esistono anche delle regole non scritte, le quali a volte regolano il comportamento dei componenti in modo subdolamente cogente e lesivo dell'individualità. Mi riferisco ad usi, costumi, consuetudini, tradizioni o rituali sociali riconosciuti a livello collettivo e da nessuno trasgredibili pena la perdita dell "appartenenza" e la conseguente emarginazione. A volte esse sono assai più pesanti da tollerare di una legge notoriamente oppressiva, proprio perché mai ufficializzati e sempre presupposti. I comportamenti collettivi che ne derivano riguardano per lo più gruppi ristretti. Per esemplificare, ai due estremi porrei, da un lato, certe piccole comunità rurali isolate e dall'altro certe più o meno numerose comunità giovanili metropolitane. Nel primo caso i comportamenti sono ingessati da una schiavitù reverenziale nei confronti della tradizione, nel secondo dalla dipendenza da stereotipi autonomi o frutto di abili operazioni esogene di marketing.


Quanto abbiamo sopra delineato è ciò che si intende solitamente per omologazione, la quale rappresenta l'appiattimento dell'individuo su ciò che (a volte con denotazioni di astrattezza o persino di assoluta inconsistenza) tiene assieme il gruppo, senza che ci sia a fondarla uina qualsiasi valutazione razionale della sua natura e delle sue denotazioni. Alle spalle di tutto ciò sta un problema solitamente trascurato, ma psichicamente fondamentale per molti individui dalla personalità debole, che è quello della già citata "appartenenza". Vi sono individui che hanno assolutamente bisogno di "appartenere" e di "sentirsi accettati" all’interno di un gruppo qualsiasi, altrimenti si sentono perduti. A questa esigenza vuol rispondere in gran parte la retorica dello "stare insieme", che da un lato ha certo il merito di promuovere la socialità e l'integrazione, soprattutto a favore dei più deboli, ma dall'altro ha anche il difetto di incoraggiare qualche volta dei modelli comportamentali convenzionali e impersonali.

In ogni caso il dualista deve sempre tener ferma una semplice regola: adeguarsi, se lo ritiene opportuno, alle regole della comunità, ma essere pronto, in qualsiasi momento e in qualsiasi circostanza, a distinguersi e staccarsi da quelle situazioni dove sia messa a rischio la propria individualità e con essa l’eleuteria che gli compete. Poiché l’individualità e l’eleuteria sono le uniche cose veramente "nostre", che non devono mai essere barattate col classico " piatto di lenticchie" della tranquillità psichica o dell’integrazione sociale a tutti i costi.



6.5 L’ironia

L'ironia dualistica consiste in quell’atteggiamento che percepisce come ridicoli gli innumerevoli aspetti delle nostre paure come delle nostre sicurezze, delle nostre preoccupazioni come delle nostre apatie, ma soprattutto di quelle manifestazioni di assurda presunzione che ci fanno allontanare dal senso della realtà. Così un lungo periodo di benessere fisico può farci presumere di essere invulnerabili, o un improvviso successo di avere talento, o un facile atto di generosità di essere buoni, e così via. Su tutto ciò domina la nostra psiche, che cambia a capriccio gli scenari del suo palcoscenico comico-drammatico, che ci illude e ci spaventa, che ci esalta e ci minimizza, che ci porta a spasso come bambini nei più inconsistenti scenari dell’irrazionalità.

L’ironia è una condizione psico-intellettuale complessa, che talvolta è favorita da disposizione genetica o al contrario da essa resa difficile, ma che comunque ha la sua origine in un atteggiamento di fronte alla vita che riesce a spogliare i mostri, i fantocci e i feticci della contingenza, sia a livello individuale che collettivo (e in conseguenza dei quali noi soffriamo o gioiamo ogni giorno) rendendoli definitivamente "nudi". Alla base di ciò che diventa oggetto dell’ironia stanno i fantasmi della nostra presunzione di saper giudicare, il nobile e l’ignobile, il bello e il brutto, il buono e il cattivo, il desiderabile e l’esecrabile fino ad imporci degli schemi mentali che spesso contravvengono il buon senso e talvolta tutti i cinque sensi di cui siamo dotati. Ma non mi addentrerò in argomentazioni psicologiche o di costume che esorbitano il nostro campo di ricerca e mi limiterò pertanto a mettere in luce quell’umana presunzione che avevamo già messo in evidenza parlando di homo sapiens e che qui vorrei riprendere e approfondire, a costo di qualche ripetizione.

La nostra presunzione di importanza e talvolta addirittura di onnipotenza (spesso attribuita riduttivamente solo ai bambibi e agli immaturi) che in genere caratterizza la nostra autovalutazione e il nostro comportamento deve essere portata in superficie, per ricondurci ai termini veri del nostro rapporto col mondo e della nostra vulnerabilità psichica. Però l’ironia dualistica è anche la conseguenza della consapevolezza che il mondo è costituito da due realtà di cui una, quella che ci concerne, in noi e attorno a noi, si annulla continuamente nel fluire dell'essere dinamico, e quindi è una sorta di "non-essere", mentre l'altra, che ha qualche titolo per aspirare alla persistenza si proietta in un incerto futuro, ed è soltanto un’indefinita sagoma che si specchia nella nostra idema. In altre parole, è il fatto stesso di vivere che ci condanna alla finitudine e all’annullamento, mentre quell’incerto e indefinito futuro, che potrebbe in ogni caso diventare reale soltanto dopo la nostra morte, e soltanto per un "derivato" della nostra individualità (l’idioaiterio), ci attende "ironicamente" ammiccante, tra le nebbie di dubbiose intuizioni che recano con sè una mare di incertezze.

In quanto esseri viventi il nostro destino è quello di restituire alla natura ciò che ci costituisce, chiudendo così il ciclo vita/morte di quella porzione infinitesima di materia che siamo, ma nello stesso tempo ci pare che la nostra vita sia illimitata fino al momento in cui il limite non stia per attualizzarsi nella morte, della quale peraltro non sappiamo mai né il "come" né il "quando. Poiché la morte che "sappiamo" è sempre "quella degli altri", perché quando ci sia la "nostra" noi non ci saremo a viverla.

Ma vi è anche un’altra faccia dell’ironia, che riguarda non l’aspetto esistenziale, ma quello esistentivo. Ne abbiamo già accennato a proposito del comico, quale risvolto del drammatico a cui spesso si accompagna. L’ironia dualistica, che scopre il proprio "corpo" esistenziale nell’ inadeguatezza del vivere, non sarebbe infatti compiuta senza il variopinto e ridente "vestito" esistentivo della "comicità" che lo riveste, la quale sorge radiosa e divertente sul fondamento esistenziale del "senso del comico". Senza il senso del comico la comicità più sottile e intensa può passare inosservata nella selva di quella più banale e accessibile che ci regala per lo più il palcoscenico dello spettacolo
L'ironia è un aspetto comportamentale rilevante che nasce e si sviluppa in maniera intima su un elemento della realtà che è appunto il comico edi cui tratteremo separatamente e a tempo debito, data l'importanza che esso riveste nella formulazione del DAR. Il comico infatti sta sul filo della lama che divide la necessità e la sua negazione esistenziale (quale "ricaduta" dell'intuizione della libertà) ma ricasca sempre esistentivamente dalla parte della necessità e per questa ragione tende a metterla in evidenza per poi irriderne i simulacri umani. Esso rivela così nel contempo l'aspetto grottesco che essa può assumere nel comportamento "drammatico" e in quei pregiudizi schematici che la psiche a volte conserva e difende strenuamente

L’ironia, sul piano esistenziale, presenta inoltre due prospettive derivate che conducono entrambe ad un’unica considerazione "ironizzante": la prima è quella della relativa irrilevanza della nostra individualità, che pure ci fonda, come entità materiale (nel divenire del presente) fusa con la totalità della biosfera, la seconda è quella relativa all’eventuale entità aiteriale post-individuale, che si perderebbe nella "pluralità" degli aiteri, i quali, coerentemente coi caratteri dell'aiteria,"dovrebbero" costituire l’ambito del futuro(87). Dopo aver posto l’ individualità a base del DR ci tocca quindi ironicamente ammettere che anche questa entità può, tutto sommato, essere oggetto d’ironia

Quindi l’ironia non risparmia neppure lo stesso DAR, che ponendo l’essere dinamico (il divenire) cade in frequenti tautologie (poichè la materia non può essere che diveniente) e ipotizzando l’essere stabile compie un arbitraria operazione immaginativa. In definitiva nell’esercizio del pensiero, tra tautologie ed ipotesi, alla fin fine anche presso di noi giganteggia sempre quell’abissale ignoranza che sta dietro tutte le nostre intuizioni dell’essere, le quali ci lasciano soltanto intravedere i fantasmi di esso che l’uomo da sempre vorrebbe afferrare ed unificare. Per questo motivo a ciò non sfuggono neanche i "nostri" due fantasmi dell’essere (dinamico e stabile): il primo perchè standoci noi dentro si sottrae ad ogni prospettiva neutrale, il secondo perchè standoci fuori è celato in un ambito che ci è precluso.

Una "forma" infinitesima di aggregazione della materia è significante per chi la pone, in quanto ne è possessore, ma essa scompare nel contesto generale di tutte le forme possibili della materia stessa. Ma forse, analogamente, la qualità di un idioaiterio si esprime intuitivamente nella relazione con tutte le altre qualità sussistenti nell'ambito dell'aiteria, dove la qualità dell'insieme comunque l'offuscherebbe, come un immenso firmamento che rende indistinguibile ogni singola stella. Qualsiasi considerazione si abbia di noi stessi, sia relativamente al presente (la vita) che al futuro, essa finisce sempre per essere in modo irrimediabile sproporzionatamente migliorativa e sopravvalutativa rispetto alla realtà che ci concerne. La naturale e costituzionale ridondanza positiva nell'auto-giudizio è "necessariamente" inevitabile e "liberamente" perseguita come forma di autodifesa contro la pericolosissima "sottostima" di sé e costituisce nel contempo un ingrediente prezioso per "amare se stessi" quale fondamento dell'istinto di autoconservazione. E tuttavia la nostra "credenza di sapere" si insinua nelle pieghe della quotidianità come nei nostri atteggiamenti esistentivi correnti. Basti pensare alla presunzione di ritenere "acquisite" le nostre conoscenze cosmologiche e subatomiche, le quali però, essendo incompatibili con i nostri sensi e la nostra psiche, continuano a lasciarci vivere con i "sopra" e i "sotto", con la terra che sta ferma, con la luna e il sole che vanno e vengono, col nucleo atomico che è un pallino pesante attorno al quale "girano" e così via.

Ma il "distacco" ironico del dualista sorge anche di fronte a certi patetici tentativi di determinare e correggere il nostro progetto destinale ricorrendo a mezzi fideistici o della più rozza superstizione. Esso conferma infatti il nostro assoggettamento alla finitudine e alla morte, offrendoci solamente in contropartita l’esercizio di una libertà condizionata (l’eleuteria). Poiché, proprio il destino, nei termini in cui l’abbiamo posto, è un "progetto" che ognuno di noi si disegna e che continua a ridisegnare vivendo, ma senza poter sfuggire al fatto di essere condannati "a vivere morendo" in un processo inarrestabile verso l’annullamento.

Ma è proprio nella libertà di pensarci al di là del progetto destinale che in parte ci "obbliga", noi acquisiamo una nuova forma di giudizio rispetto ai tremori e alle passioni che esperisce il nostro io, come rispetto alle preoccupazioni e alle cure che noi dedichiamo alla nostra salute, alla nostra immagine, al nostro patrimonio, ecc. Persino i nostri affetti acquistano una nuova prospettiva, poiché noi sappiamo che i corpi che amiamo deperiranno e moriranno, e che soltanto il rapporto con le ideme che vi abitano, "forse", potrà continuare in nuova forma nel futuro che abbiamo ipotizzato.

In un certo senso per noi uomini tutto è perduto e nulla è perduto, questa contraddizione, fatta propria e tematizzata, può indirizzarci verso una nuova visione della nostra vita che ci può conferire una pace e una serenità simile all’atarassia (assenza di turbamento) teorizzata dall’antica filosofia greca (88) e che nel DAR si caratterizza come eireneusi (paragrafo 10.4 della Parte Seconda). E alla fine forse, da questo particolare stato mentale da sempre preimmerso nella moira...può capitare di sentire emergere il piacevole suono di un sorriso ristoratore che ci fa scavalcare la contingenza.



6.6 Il gioco

Non bisogna mai prendere troppo su serio la vita al punto di perdere il gusto di giocarsela. Questa massima può andar bene per tutti, ma per il dualista c’è qualche ragione in più per farla propria. E che il gioco sia un elemento importante del DAR lo si scopre anche analizzando i significati secondari dei temi etologici già posti. La moira mette in evidenza che la necessità possiede il nostro corpo, ma anche che la tenaglia del tragico può essere allentata dal "giocoso" irrompere del comico. L’eleuteria ci induce a difendere ad ogni costo la nostra individualità, ma anche a metterla in gioco con quella dell "altro" o con quella dell "insieme", e inoltre rapportarla ai vantaggi/svantaggi della solitudine o dello stare con gli altri, in un gioco delle parti in cui dobbiamo sapere quando recitare a copione e quando a soggetto, realizzando infine una sintesi che ci illuda di poter vincere la partita dell’esistenza. L’ironia infine ci ha posti di fronte alle nostre risibili ambizioni e ci ha evidenziato l’assurdità delle nostre presunzioni, perciò siamo invitati a giocare con esse, portandole in giro e denudandole dei loro buffi orpelli.

Anche i filosofi più seriosi come Platone, Aristotile o Kant, insieme a molti altri e dal più al meno, hanno messo il gioco in relazione alla creatività umana. Quel gioco che Schiller (89) ha visto, assimilandolo all’arte, anche nella sovrabbondanza disordinata e caotica di radici, rami e foglie di ogni albero, così fantasiosa ed eccessiva rispetto alle reali necessità biologiche dell’assunzione di sostanze minerali, di esposizione alla luce e di acquisizione di massa ed energia per sintesi clorofilliana, al punto da diventare modello per quell "inutile" libertà fine a se stessa che l’arte e il gioco realizzano. Ma noi sappiamo che gli aspetti estetici della natura sono tali "solo per noi" (poiché di essa intuiamo l’aiteria che ne sta al margine e li avvolge) mentre la materia che la costituisce segue le leggi della ragione biologica (essa stessa giocatrice?), la quale, nel favorire la differenziazione contro l’uniformità promuove l’evoluzione e la conservazione della vita.

Pare allora, paradosso apparente, che anche il gioco possa insinuarsi nella necessità, che non significa solo "uniformità" nella direzione, ma anche sempre "varietà" nelle forme. Varietà e pluralità che a loro volta determinano il trionfo della differenza, che è ricchezza di vita e in definitiva anche quantità di vita: infatti, più la vita è abbondante e differenziata e più la materia vivente si mantiene lontana dall’estinzione. Perciò anche nel contesto della natura va collocato il gioco umano, che fa proprio il gioco della materia che lo circonda e lo inerisce nei suoi molteplici aspetti, suggerendogli schemi di forme e di comportamenti da utilizzare nel gioco di un"esistenza per l’esistenza", che prescinde da méte e scopi. Allora è come un tuffarsi nel mare dell’esistere stesso, abbandonandosi ai flutti e ai mulinelli, come tante bolle di schiuma che emergono e ballano, nascono e muoiono, sull’oceano immenso e misterioso dell’essere.

Il vero gioco è giocato solo per il gusto di giocare e quello che si gioca per vincere è un pò meno gioco. Ma le due esperienze spesso si confondono e il giocatore sa soltanto che "sta giocando" e ignora che nello stesso tempo è sempre anche "giocato". Il giocatore e il gioco vivono in una sospensione del tempo nella quale il soggetto e l’oggetto continuamente si scambiano la parte. Per questo giocare diventa anche affidarsi al caso, a quella risultante di cause prive di connessione che si incontrano ignorandosi, appunto in un gioco di casualità. Il gioco, d’altra parte, è anche la prima attività, serissima, del piccolo di tutti i mammiferi e non solo, attraverso il quale egli prende conoscenza del mondo in generale e in particolare dell’ambiente naturale in cui dovrà sviluppare e difendere la sua esistenza

Ma giocoso è il fondamento stesso del DAR, quando si pensi all’avventura dell "esistere" e nello stesso tempo del "diventare" anche qualcosa che forse supererà il presente per proiettarsi in un’aleatorio futuro. Così, nel gioco, la nostra esistenza perde peso e rarefà le leggi della necessità, che per un’istante si autosospendono, lasciando un varco per i nostri sogni che inseguono i capricci del caso e cacciano una preda "reale", ma sempre troppo lontana.

Fine della Parte Prima



NOTE

NOTE 6.1

(95) Come vedremo in seguito la coscienza (insieme con la memoria) viene considerata dal DAR un'infrastruttura mentale, in quanto la sua funzione è pervasiva e riguarda i momenti "riflessivi" di ogni organizzazione.

(96) Mi riferisco alla tesi di K. R. Popper (1902-1994) esposta in Logica della scoperta scientifica (1935) e ripresa in Congetture e confutazioni (1963), secondo la quale il metodo induttivo, anche se fondato su un grande numero di casi confermanti, non può mai dar luogo a una verità scientifica, mentre un solo caso contrario ne dimostra la falsità. Da ciò la conclusione che non la verificabilità (praticamente impossibile), ma la falsificabilità deve essere il criterio su cui va basata ogni teoria scientifica.

NOTE 6.2

(97) Abbiamo chiamato eventi (esistenziali) i fatti esperienziali dell'idema, per distinguerli dagli accadimenti (esistentivi) che concernono invece la quotidianità e in generale lo svolgersi della nostra vita pratica.

(98) L'eudemonismo designa un atteggiamento esistenziale e morale che privilegia la felicità individuale e sociale quale obbiettivo primario dell'azione morale, che in tal caso risulta in perfetto accordo con la ragione. Infatti è questa che ce lo conferma come moralmente "desiderabile", in quanto il bene del singolo (per l'eudemonismo) è possibile soltanto se coincide col bene di tutti.

NOTE 6.3

(99) Si tenga presente che Schopenauer riteneva risolvibile la sofferenza con l'attenuazione, fino all'annullamento, della volontà di vivere. L'arte, la compassione e infine l'ascesi possono condurre l'uomo fuori dalla plaga della sofferenza. Ciò diventa possibile attraverso la "negazione" del corpo. Quella di Schopenauer è in definitiva la stessa "fuga" dal tragico che propone il Buddhismo.


(100) Nella nostra mente la necessità e la libertà si danno come "riflessi" della loro realtà. Metaforicamente si potrebbe dire che la nostra mente, come uno specchio, possiede le loro immagini "antropiche", ma non accede alla loro sostanza.Metaforicamente si potrebbe dire che la nostra mente, come uno specchio, possiede le loro immagini "antropiche", ma non accede alla loro sostanza. Ma i riflessi dell'una e dell'altra, a dispetto del nome comune, hanno cause opposte e quasi opposti significati. Nel caso della necessità, che ci inerisce, la nostra mente non la coglie correttamente perché essendo troppo vicina non ne coglie bene le denotazioni. All'opposto, essendo la libertà fuori del nostro orizzonte esistenziale, essa la coglie come una sagoma incerta e sfocata.


NOTE 6.4

(101) Ricordiamo che Epicuro riteneva che per conseguire la saggezza e la serenità fosse preferibile astenersi dal partecipare alla vita politica.

NOTE 6.5

(102) L'ambito dell'aiteria non può essere visto come un'entità totalizzante (alla maniera della materia), ma soltanto come l"insieme" delle entità aiteriali. Questo concetto verrà chiarito meglio in seguito; per ora basti anticipare che, essendo quello dell'aiteria un ambito esclusivamente "qualitativo", non si può dare che come un insieme di singole qualità. In altri termini: l'aiteria non è una "totalità", bensì una "pluralità" di aiteri, qualitativamente distinti.

(103) Il termine è stato posto prima da Democrito, ripresa dagli Stoici e dagli Scettici e soprattutto da Epicuro che lo indicò come l'ideale del saggio. Con essa viene conseguita la serenità che mette tra parentesi il dolore e la paura della morte.

NOTE 6.6

(104) J.C.Friedrich Schiller in Lettere sull'educazione estetica dell'uomo (1795).